sangue

mercoledì 13 febbraio '08 at 3:20 pm (fiction, italiano, writing)

La lama affilata che incide la pelle, il sangue che sgorga, a fiotti. Quella sensazione di debolezza e di dolore alle vene. Il rosso carminio che imbratta tutto, la pelle, la stoffa, il lavandino, il pavimento. Il dolore, non abbastanza forte da coprire quell’altro dolore. Ma sono troppo debole anche per farmi del male da sola, riesco solo ad immaginarmi di farlo.

Chiudo gli occhi, tanto gonfi di lacrime che potrebbero scoppiare; li riapro, ma le lacrime non escono. Sento i battiti troppo ravvicinati del mio cuore che mi rimbombano nelle orecchie, le labbra fredde, secche. Rimango immobile; sento le mani sudate e le punte delle dita doloranti. Chiudo gli occhi, una piccola lacrimuccia si fa strada lungo la curva rotonda della mia guancia. Il mascara si scioglie e cola sul cuscino, lasciando una macchia nerastra, come di sangue rappreso. Mi asciugo quella lacrima, apro gli occhi e inspiro. Chiudo gli occhi. Li riapro, ed espiro.

E’ tutto finito.

Mi rialzo dal letto, infilo le scarpe ed esco, prima che la mia mente possa impedirmelo, prima che le lacrime e l’autocommiserazione abbiano il sopravvento. Strofino un po’ le dita sotto gli occhi per togliere eventuali tracce di mascara liquefatto, sciolgo i capelli. Sorrido. A chi direte voi? A nessuno, chiaro… è un sorriso forzato, ma voglio credere che oggi sarà una buona giornata, voglio ingannare il mio cervello facendogli credere che sorridere è una buona idea e che, in verità, sono allegra. E lo sono! Sono allegra come un condannato a morte che sta per mangiare il suo piatto preferito o assaporare l’ultima sigaretta, sono allegra come un soldato in trincea quando a sera appoggia la testa sulla branda, ancora vivo. Sorrido perché sono ancora viva, nonostante tutto.

Cammino per la città senza una meta, non guardando le vetrine, i passanti o i nomi delle vie. Cammino senza pensare a nulla di preciso, con gli occhi fissi sull’orizzonte, sul cielo lontano e irraggiungibile che si intravede tra i palazzi. Cammino come in trance, cercando risposte a domande che non oso formulare, aspettando che i pensieri finiscano di rincorrersi convulsamente nella mia testa, cercando in qualche modo di raggiungere un punto fermo. Cammino finché non mi passa la voglia di piangere, finché la tristezza per quello che è stato non evapora dai miei pori, finché il disco che ripete all’infinito quelle parole dure non si spezza, finché tutta la rabbia che sento dentro non sfuma in nulla. Cammino veramente tanto, prima di tornare a casa.

Rientrata a casa, finalmente posso abbandonarmi sul letto e piangere. E’ un pianto infinito, ma dolce; piango perché non sento più dolore, piango per riempire il vuoto che ho dentro. Le lacrime sono calde e hanno un buon sapore salato; scorrono come da un rubinetto lasciato aperto per sbaglio, come da una bottiglia senza tappo che si rovescia inavvertitamente sulla tavola, come la pioggia durante un acquazzone estivo. Spengo la luce e lascio che questa stanchezza mi trascini in un lungo sonno senza sogni. Ma prima, giro il cuscino per non dover dormire sulla chiazza umida e fredda.

2 commenti

  1. Sammy said,

    vedo che visto che abbiamo condiviso un titolo :) la blogsfera è piccola

  2. munchies said,

    *molto* piccola… oppure ieri era un giorno particolarmente sanguigno :-)

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