cooking for engineers

martedì 5 febbraio '08 at 2:55 pm (cooking, dilbert, italiano, ToDo)

L’altro giorno parlando di cucina con un mio amico mi sono sentita rivolgere un sacco di domande a cui non sapevo rispondere con precisione, come per esempio: “perché mettendo un po’ di latte nella padella viene un bel sughino?”, “di cosa è fatta una torta?”, “come fa mia nonna a fare gli involtini così buoni?”.

Mi sono resa conto che ci sono delle basi in cucina che si danno erroneamente per scontate. Cioè, ci sono persone che non sono in grado di fare un sugo al pomodoro o una frittata, o che magari non sanno affettare le verdure o non sanno distinguere “a occhio” il grado di cottura di un piatto o “a naso” la spezia che lo renderà più buono. Anche avendo una dispensa relativamente ben fornita e qualche libro di ricette, non riuscirebbero a spingersi oltre due spaghetti con sugo pronto Barilla o un risotto in busta Knorr. Persone che sentendo parole come “soffritto”, “rosolare”, “montare a neve”, “marinato” o simili reagiscono aggrottando la fronte e iniziando a sudare freddo.

Parlando, è venuta fuori l’idea che sarebbe bello avere un manuale di cucina “per ingegneri”, ossia adatto a menti logiche e razionali, che non riescono ad accettare delle verità dogmatiche come “far bollire l’acqua prima di buttare la pasta” o istruzioni che lasciano spazio all’improvvisazione come “quanto basta”, ma esigono spiegazioni chiare e oserei dire scientifiche, come ad esempio il motivo chimico-fisico per cui mescolando dell’acqua a del grano finemente sminuzzato (anche detto “farina”) e impastandoli si ottiene una palla elastica e non una fanghiglia e perché mettendo il tutto in forno ad una certa temperatura si otterrà del profumatissimo pane (oltre che, naturalmente, il perché variare la temperatura di cottura possa produrre risultati substandard).

Io non ho una risposta a tutte queste domande, dato che, come accennavo prima, molte tecniche culinarie le ho un po’ nel sangue… forse mia madre e mia nonna me le hanno trasmesse geneticamente, oppure forse le ho assorbite insieme alle sostanze nutritive dal liquido amniotico, oppure a furia di osservare, annusare, impastare e pasticciare alle spalle dei “grandi” ho in qualche modo appreso – nella migliore scuola delle tradizioni orali – delle verità che non oso mettere in discussione. Un po’ come si impara a parlare, insomma. Ma saper parlare o capire una lingua non significa essere in grado di insegnarla o spiegarne la grammatica!

Ecco, l’idea sarebbe quella di creare una “grammatica” della cucina, possibilmente abbinata ad un dizionario enciclopedico. Facile, eh? Però ci sto pensando. Sarebbe fico! Certo, non si possono insegnare i sapori, gli odori o i colori. Ma le tecniche di base e le motivazioni di alcuni comportamenti semi-automatici di chi cucina, quelli sì.

Prossimamente su questi schermi…

2 commenti

  1. Sammy said,

    Quando mi misi in testa di iniziare a cucinare avevo proprio il problema delle basi. E’ molto difficile partire da zero. Trovai un libricino ma in realtà l’unica cosa utile fu iniziare a cucinare sbagliando. Diciamo che si applica una tecnica che agli ingegneri non piace molto: tenta-sbaglia-rifai.

  2. munchies said,

    Giusto! Ma sei ingegnere? Cmq anche secondo me è un’ottimo modo per imparare: dopotutto, “sbagliando si impara” :-)
    Chissà ora che cuoco provetto che sei diventato??

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