di vermi e super-vermi

lunedì 7 gennaio '08 at 11:11 am (books, girl-powered, grumpy, italiano, movies, thoughts, ToDo)

Stava ancora coccolando il gatto. “Povero impiastro,” disse grattandogli la testa, “povero impiastro senza nome. È una piccola seccatura il fatto che non abbia un nome. Ma io non ho il diritto di darglielo, dovrà aspettare fino a quando non apparterrà a qualcuno. Ci siamo incontrati un giorno per caso vicino al fiume, non apparteniamo l’uno all’altra; e lui è indipendente, come me. Non voglio possedere niente finché non avrò trovato un posto dove io e le cose faremo un tutto unico. Non so ancora precisamente dove sarà. Ma so com’è.” Sorrise e lasciò cadere il gatto sul pavimento. “E’ come da Tiffany,” disse. “Non che me ne freghi niente dei gioielli. I brillanti, sì. Ma è cafone portare brillanti prima dei quaranta, ed è anche pericoloso. Stanno bene solo addosso alle vecchie, i brillanti. Maria Ouspenskaya. Rughe e ossa, capelli bianchi e brillanti: non vedo l’ora. Ma non è per questo che vado da Tiffany. Sapete quei giorni, quando vi prendono le paturnie?”

“Cioè, la melanconia?”

“No” disse lentamente. “La melanconia viene perché si diventa grassi o perché piove da troppo tempo. Si è tristi, ecco tutto. Ma le paturnie sono orribili. Si ha paura, si suda maledettamente, ma non si sa di che cosa si ha paura. Si sa che sta per capitarci qualcosa di brutto, ma non si sa che cosa. Avete mai provato niente di simile?”

“Abbastanza spesso. C’è chi lo chiama angst”

“Benissimo, angst. Ma che cosa fate voi in questi casi?”

“Bè, un bicchierino aiuta”

“Ci ho provato. Ho provato anche l’aspirina. Secondo Rusty, dovrei fumare marijuana, e l’ho fumata per un po’, ma mi fa soltanto ridacchiare. Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. È una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d’argento e di portafogli da coccodrillo. Se riuscissi a trovare un posto vero e concreto dove abitare che mi desse le stesse sensazioni di Tiffany, allora comprerei un po’ di mobili e darei un nome al gatto.”

(Truman Capote, “Colazione da Tiffany”)

Sono troppo sentimentale.

Guardare “Colazione da Tiffany” in tv nel periodo natalizio non ha certo aiutato! Chi di noi non vorrebbe essere come Holly Golightly? Bella, affascinante, elegante, libera, sorridente, originale. Peccato che sia una pazza, ha addirittura cambiato nome, è scappata di casa tipo a 14 anni e non è in grado di affrontare il mondo e la vita in modo serio. Si fa mantenere da uomini molto più grandi di lei (che però detesta e divide in due categorie, i “vermi” e i “super vermi”) e ha una paura maledetta di scegliere che cosa fare nella vita, di sistemarsi, accasarsi, dare anche solo un nome al gatto, disfare le valigie, togliere le cose dagli scatoloni. Mette il telefono in una valigia per non sentirlo suonare… ma mica lo stacca! Vive in uno stupido sogno, in cui quando viene assalita da quell’ansia esistenziale si rifugia da Tiffany per circondarsi di cose belle. Sì, ma tanto belle quanto irraggiungibili, infatti fa colazione in strada mangiando un croissant da un cartoccio e bevendo un caffè da un bicchiere di carta e guardando tutte le cose luccicanti attraverso una vetrina.

Povera Holly. Ha così paura di affrontare la realtà che anche quando trova un amico un po’ speciale nel suo vicino di casa scrittore “Fred-bello” (che in realtà si chiama Paul) lo scaccia con violenza proprio quando lui vorrebbe starle più vicino e aiutarla. Abbandona il gatto per strada sotto la pioggia, vuole fare la dura. Ma Paul le fa una bella ramanzina nel taxi e poi se ne va.

Che cosa ti rimane, piccola Holly? Che cosa conta la tua libertà, il tuo spirito libero, se poi sei sempre così sola e chiusa nel tuo guscio? Davvero te ne saresti andata in Brasile per sposare un ricco uomo con il doppio dei tuoi anni e giocare a fare la signora? Ma è molto più difficile accettare la tua debolezza e fidarti di Fred-bello, che non sarà ricco e non potrà garantirti molto, ma è lì davanti a te, vivo e vegeto, e ha qualcosa da darti che quegli altri super vermi non potranno mai. E infatti Holly esce correndo da quel taxi, sotto la pioggia, per correre dietro a Paul e chiedergli scusa, per cercare il suo gatto senza nome a cui è tanto affezionata. Maledizione, Holly, hai fatto tanto casino per nulla. Ma dato che è un film, per fortuna c’è un lieto fine a salvarti: Paul è lì pronto ad abbracciarti e il gatto pure lo ritrovi in un battibaleno.

E non siamo tutte in fondo come Holly Golightly? Sempre a inseguire i vermi e i super vermi, in qualche strano sogno malato e sempre troppo distante, sempre con la paura di rimboccarci le maniche e affrontare i problemi veri, sempre trasferendo i problemi altrove, imbrogliandoci, recitando una parte. Sempre incapaci di apprezzare le cose semplici. Finché qualcuno non ci fa una bella ramanzina e allora per un attimo rinsaviamo. Ma poi la paura rimane, no? La paura di non riuscire a vedere, a capire chiaramente, la paura di fare scelte sbagliate, che poi ci paralizza in tante non-scelte.

E allora, diamolo il nome a ‘sto gatto, disfiamo queste valigie e togliamo gli ammassi di roba dagli scatoloni. Magari perderemo un po’ del fascino sbarazzino di questa ammaliatrice, ma magari così non ci ritroveremo a scappare dalla finestra per sfuggire a uno dei tanti vermi o a strimpellare canzoni malinconiche sedute sul davanzale. Lottiamo con tutte le nostre forze contro le cosiddette “paturnie”!

“Quello che è certo è che avevo sbagliato nel classificarlo. Pensavo che fosse un verme. Invece è un super verme, ecco. Un super verme, sotto spoglie di verme.” — Holly Golightly

Macché super verme, Holly. Sei tu super confusa.

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